Un nuovo equilibrio nelle tue relazioni

 

Ho cominciato a scrivere questo articolo in modo impersonale, come fosse un contenitore sterile da riempire con informazioni che possano esserti utili.
Ho cancellato quanto già redatto quando mi sono accorto che la stesura non mi stesse portando da nessuna parte, poiché ai miei occhi troppo impersonale.
Ricomincio da capo mettendoci il cuore ❤️, modalità in cui sento di muovermi in questo presente: ricomincio da una storia di Vita vera, la mia.

Qualche anno fa, colei che al tempo era la mia fidanzata, mise tra le motivazioni principali della sua decisione di interrompere la relazione quella che io fossi “troppo incentrato sui suoi bisogni”: all’epoca avevo iniziato da poco un cammino di crescita personale, da troppo poco per non restar turbato di fronte ad una frase del genere.
“Ci può dunque essere troppa empatia?”
“Sta davvero finendo una relazione poiché ho investito troppe risorse nel curarmi dei bisogni di chi mi sta vicino?”

Questo (ed altro) mi domandavo, ancora confuso dall’improvviso cambiamento nella mia vita sentimentale e da altre situazioni che (come satelliti) mi orbitavano intorno, rischiando di convergermi addosso.

Nel caso anche a te fosse accaduto di aver sofferto per “troppa empatia” (concedimi l’enorme semplificazione nel virgolettato) desidero portarti una buona notizia: ci sono altre modalità relazionali che puoi sperimentare, valutandone con la tua esperienza la misura in cui possan esser utili.
Una di queste modalità è quella delle tre posizioni percettive: a me è stata di supporto per ritrovare un equilibrio nelle relazioni e, augurandomi possa esserti altrettanto d’aiuto, ne condivido qui i fondamenti.
Se ti capita di far parte di relazioni (di vario tipo, anche non affettive in senso stretto) in cui sembra impossibile intravedere una soluzione win-win che soddisfi entrambi le parti, potresti trovare un tuo personale e nuovo equilibrio provando a spostarti tra tre principali posizioni percettive.
Un nuovo equilibrio da cui emergano per te punti di vista, prospettive ed intuizioni proficue che prima non riuscivi a scorgere.

Quali sono queste tre posizioni?Continua a leggere“Un nuovo equilibrio nelle tue relazioni”

Il valore dell’empatia

Vi sono termini che vengono comunemente utilizzati nelle conversazioni quotidiane, anche se spesso in modo meccanico e prestando poca attenzione al loro significato: uno di questi, di cui vi parlo oggi, è l’empatia.

· Partiamo dall’etimologia: che cosa significa empatia?

La parola deriva dal greco antico empàtheia ed è un termine composto da endentro – e pathossofferenza o sentimento – con il significato di “sentire dentro”: al tempo veniva utilizzato per designare il rapporto emozionale che si creava tra il cantore ed il suo pubblico.
Oggi si parla di empatia per indicare la predisposizione della persona ad immedesimarsi nelle esperienze altrui, soprattutto a livello emotivo: empatia è quindi la capacità di percepire le emozioni vissute da chi ci sta di fronte.
Sappiamo l’uomo essere un “animale sociale”: tutta la sua vita è scandita dai rapporti che si instaurano con gli altri (in famiglia, nelle amicizie, nel mondo del lavoro e così via) ed un buon livello di empatia sta alla base di queste relazioni.

· Esiste solo un tipo di empatia?

Non penso esista solo un tipo di empatia: oltre a quella emozionale (sentire l’emotivo provato dall’altro) vi è anche un’empatia più cognitiva (comprendere il punto di vista dell’altro) e comportamentale (comprendere il comportamento di coloro che hanno una cultura diversa dalla nostra).
Oltre a quanto elencato, a me piace riconoscere inoltre un’ulteriore tipologia di empatia, più “animica”, che può condurre ad un profondo riguardo nei confronti degli esseri umani con i quali ci relazioniamo ogni giorno: esseri umani che sono anime in cammino, con le proprie personali  fragilità e debolezze e per questo degne di grande rispetto.

· L’empatia fa parte dell’indole? Nasciamo con questa sensibilità?

Sicuramente nella personale predisposizione all’empatia interviene buona parte della natura di ciascun individuo: ci sono persone con una particolare inclinazione a mettersi nei panni dell’altro, persone dalla spiccata attitudine nello stare attenti verso le esigenze altrui, che sentono la vocazione di aiuto verso gli altri.
Se empatici si nasce, è anche importante sapere che l’empatia si può affinare.
Quindi, preso atto di quanto detto, ci si può allenare a diventare più empatici, soprattutto se questo atteggiamento diventa indispensabile in relazioni particolari: esistono ambiti in cui non solo è necessario che ci sia empatia ma è fondamentale applicarla sempre ed in modo efficiente, come, ad esempio, in una relazione d’aiuto.

· Come si può affinare l’empatia?

Esercitarsi ad ascoltare di più può essere un buon punto di partenza: cercare di parlare di meno, lasciando spazio all’altra persona ed evitando di imporre il proprio punto di vista. Educarsi quindi a valutare nuove e diverse prospettive da quelle che portiamo da sempre con noi, sapendo ascoltare l’altro anche nei suoi silenzi e prestando al contempo attenzione a cosa avviene in noi stessi quando comunichiamo con qualcuno.
È un lento e paziente lavoro di affinamento, di ascolto, che con il tempo può dare i suoi frutti.

· Essere una persona empatica è sempre positivo?

Chiarito il fatto che empatia non significhi dover accomodare sempre e comunque le richieste dell’altro (soprattutto quando questo va contro il nostro personale sentire), possiamo dire che l’empatia abbia quasi sempre una valenza positiva: ci permette, come detto, di sentire in noi quanto si muova nel mondo dell’altro, creando con quest’ultimo un più umano e profondo contatto.
A quanto scritto aggiungo che un approccio empatico alla relazione può non essere funzionale quando (non del tutto consapevoli del proprio emotivo) si conosce poco la propria interiorità, tendendo così a relazionarsi alle emozioni in modo automatico: in questo caso il sentimento avvertito nell’interlocutore potrebbe richiamare in noi una personale esperienza passata, non permettendoci di percepire quanto provato dall’altra persona in modo lucido poiché troppo “ancorati” al nostro personale trascorso.
Ecco che allora una delle caratteristiche più belle del temperamento umano potrebbe diventare, anziché una fantastica risorsa, un atteggiamento limitante nei rapporti tra le persone.
Fondamentale pertanto valutare l’opportunità di intraprendere un percorso di conoscenza personale quale via per migliorare i nostri rapporti interpersonali: per riportare l’empatia al suo arricchente valore nelle relazioni che intratteniamo.

 

“L’empatia vera è sempre libera da ogni qualità diagnostica o giudicante.” – C. ROGERS

Reiki e Counseling: da Usui a Rogers, un arricchente incrocio di percorsi

(Nota: articolo in originale pubblicato qui)

 

Il cammino verso la conoscenza di uno strumento, di una tecnica, procede per quella che è la mia esperienza attraverso un lento affinamento quotidiano: tendo a sentire lontani concetti quali “la piena padronanza”, il “sentirsi arrivati”.
Ricordo accadde già qualche anno fa, nel campo della fotografia: sapevo di non esser più agli inizi, annotavo progressivi miglioramenti quotidiani ma (consapevole la strada intrapresa non avesse fine) portavo in me questo sentire d’esser “sempre in cammino”.

La bellezza del sentirsi in cammino, in lento arricchimento quotidiano, mi accompagna ancora oggi tanto nelle Arti Visive quanto nelle pratiche della Consulenza Relazionale e del Reiki.
È un concetto che ritrovo inoltre anche nella scuola di Reiki scelta, Komyo ReikiDo, che ha come motto:

誉められても, (anche se lodato),
貶されても, (anche se criticato),
平然と歩め, (con calma prosegui il cammino),
歩め! (prosegui il cammino, vai!)

In cammino, semplicemente, senza che critiche troppo aspre rallentino il tuo incedere o lodi gonfino il tuo ego.
In cammino, oggi un po’ più in là di ieri, ascoltando la tua “Voce Interiore” per confermare la direzione scelta ad ogni passo:
per modularne l’andatura, allineandola al tuo sentire.
In cammino, sapendone apprezzare ogni giorno l’esperienza: un’esperienza che, interiorizzata, avrà peso specifico maggiore di idee, introietti, autoconvinzioni limitanti.
In cammino come a casa, poiché il cammino diviene familiare quando gli incroci che ti presenta riescono ad esser da te letti come conferme: come opportunità di arricchimento, piuttosto che vincolanti scelte da compiere.

 

“Il cammino diviene familiare quando gli incroci che ti presenta riescono ad esser da te letti come conferme, come opportunità di arricchimento”

Così è accaduto, percorrendo la via del Counseling e quella del Reiki, di lasciarmi sorprendere da piacevoli e fertili intersezioni tra questi due strumenti: di un paio di queste, riguardanti la sospensione del giudizio e l’empatia, vorrei parlarti oggi.

Il giudizio è visto nel Counseling come una tra le più grandi barriere alla comunicazione, al “contatto” con il Cliente.
La propensione al facile giudizio (secondo la lettura di Carl Rogers) ha le sue radici nel timore che, accettando incondizionatamente l’altro, possa avvenire un cambiamento anche in noi stessi: si giudica, quindi, per non correre il rischio che l’incontro con l’altro possa in qualche modo cambiarci, portarci a rivedere valori, prospettive o sicurezze acquisite.
Quando sospendo il giudizio nei confronti di chi ho di fronte apro quindi da un lato la strada all’empatia e, dall’altro, stimolo la forza di autorealizzazione che già esiste nella persona con cui mi sto relazionando.

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