L’importanza del “fare spazio”

Un tempo si credeva che la gran parte delle nostre cellule cerebrali si formasse esclusivamente prima della nascita ma, in realtà, non è proprio così: all’interno della scatola cranica, queste cellule (e le relative loro connessioni, dette sinapsi) si formano e disfano in modo continuo.
Il nostro cervello, pertanto, è un organo in continuo mutamento: in particolare in età adolescenziale avviene una forte ristrutturazione del cervello (in psicologia indicata dal termine “potatura”) per la quale numerose sinapsi vengono “tagliate” affinché, proprio come avviene nella potatura in botanica, possano migliorare specifiche funzioni cerebrali dedite al linguaggio, al movimento, alla memoria, alle emozioni.
Affascinante vero?
Proprio nel momento in cui l’individuo (in questo caso un adolescente) si trova a dover affrontare situazioni di vita più complesse (sappiamo bene quanto l’adolescenza sia una fase dell’esistenza particolare e delicata) il suo cervello rivede la sua struttura: questo concetto, portato su un piano più alto (non per forza fisico), mi fa riflettere su quanto sia importante, talvolta, avere il coraggio e la forza di lasciar andare per accogliere il nuovo.

“…rinunciare all’attaccamento è una buona possibilità per far entrare il nuovo…”

Il nuovo, ovvero quei cambiamenti che spesso spaventano poiché richiedono di abbandonare il senso di sicurezza, i solchi dei nostri automatismi, la zona di comfort a cui siamo tanto abituati: eppure rinunciare all’attaccamento (a situazioni, idee, punti di vista, persone, emozioni) è una buona possibilità per far entrare il movimento, la novità.

A cosa rinunci per timore di cambiare idea?
Quale occasione ti sfugge per rigidità o pigrizia?
Quante opportunità perdi per mancanza di coraggio?

Quando poi a questa mancata “voglia di muoversi” si aggiunge il timore di non essere capace, di non essere all’altezza o di non meritare, si possono sommare altri stati d’animo quali ansia o frustrazione.
Subentra allora l’importanza di cercare sostegno attraverso una relazione d’aiuto che possa intervenire nel far luce, nell’ampliare le prospettive su punti di vista non valutati in precedenza (ad esempio poiché offuscati da emozioni vissute in modo limitante).

L’incontro con un Counselor o un Consulente Relazionale può aiutarti a trovare uno spazio nuovo dal quale osservare la mappa del tuo mondo e, con i tuoi tempi, costruire vie più funzionali per riprendere cammino.

Consapevolezza attraverso i Tarocchi?

“Il popolo conserva così, senza comprenderli, i frantumi di tradizioni antiche, risalenti a volte anche ad un passato talmente lontano che sarebbe impossibile determinarlo… esso svolge in tal modo la funzione di una specie di memoria collettiva più o meno “subconscia”, il cui contenuto, una quantità considerevole di dati di ordine esoterico, è manifestamente venuto da un’altra parte.”

(René Guénon – SIMBOLI DELLA SCIENZA SACRA)

Da questo breve estratto (opera del famoso scrittore e filosofo del secolo scorso) si può comprendere come i Tarocchi siano, da sempre, qualcosa di misterioso che ha accompagnato l’uomo nel suo profondo intento di comprendere aspetti della propria vita; essi hanno inoltre a che fare, attraverso la loro simbologia figurativa, con il mondo degli archetipi (puoi leggere qui il mio precedente articolo).

  • Ma che cos’è esattamente un mazzo di Tarocchi?

Nella pratica il mazzo è costituito da 78 carte22 Arcani Maggiori (dal significato non immediato – arcano significa infatti misterioso) e 56 Arcani Minori (che nel tempo sono stati poi rielaborati e ripresi nei mazzi di carte tradizionali). Le suddette carte, la cui origine ancora oggi risulta incerta, sono state spesso utilizzate per fare della divinazione, nonostante dietro ai loro disegni si celi il “Mistero della Vita”.

Credo sia quasi impossibile spiegare completamente e razionalmente il loro valore: certo è che i Tarocchi costituiscono, al pari di Astrologia o Rune ad esempio, un linguaggio simbolico utilizzato dall’uomo, sin dalla notte dei tempi, per tentare di spiegare i grandi quesiti della vita.

Incuriosita dalla loro simbologia, negli anni mi sono avvicinata ad essi, con un approccio per nulla divinatorio ma esclusivamente introspettivo.

“Ogni Arcano riesce a lavorare sull’inconscio proprio come fa un archetipo e da qui creare un varco verso la nostra psiche, trasformandosi in efficace mezzo di conoscenza personale”

Effettivamente nei disegni degli Arcani Maggiori (che raccolgono, tra l’altro, anche alcuni simboli appartenenti alle tre più importanti tradizioni religiose – Cristiana, Ebraica e Musulmana) si nascondono profondi significati legati ad archetipi ormai radicati nell’inconscio collettivo ed in quello del singolo, tanto da divenire valido strumento di accompagnamento lungo la via verso lo sviluppo della coscienza.

  • Può esistere correlazione tra Tarocchi ed un percorso di Crescita Personale?

Sì, come detto i Tarocchi possono agire nella persona (grazie alle loro potenti immagini simboliche) esattamente come fanno gli archetipi, risvegliando in ciascuno di noi una particolare emozione che poi può essere analizzata, elaborata, compresa ed integrata.

Ogni Arcano riesce a lavorare sull’inconscio proprio come fa un archetipo e da qui creare un varco verso la nostra psiche, trasformandosi in efficace mezzo di conoscenza personale. 

  • Come avviene tutto ciò?

La scelta di una determinata carta, per effetto della sincronicità (concetto introdotto da Jung che consiste nel legame tra due eventi, per nulla correlati tra loro), può permettere alla persona di vedere, attraverso le immagini dell’arcano estratto, una fotografia del messaggio inviato dal suo inconscio.

Possono quindi nascere alcuni interrogativi, quali: 

  • “Che cosa sto creando?” – “Quali esperienze sto vivendo?” (carta L’IMPERATRICE);
  • In che cosa sono in crisi?” (carta L’EREMITA);
  •  “Che cosa si sta risvegliando in me?” (carta IL GIUDIZIO).

Questi sono soltanto esempi, ma è chiaro come, partendo da una semplice domanda, si possa indagare sul proprio mondo interiore, e da qui partire, in tal modo, verso un meraviglioso viaggio di comprensione (grazie ad altre carte, eventualmente estratte in successione) su quali possibili blocchi, dubbi, punti di forza o talenti, intervengano durante il cammino di consapevolezza personale.

 

Il giudizio sospeso

Pochi secondi, secondo altre fonti addirittura frazioni di secondo: è in ogni caso molto breve il tempo che inconsapevolmente impieghiamo per formulare in noi un’idea su una persona appena incontrata, un iniziale giudizio che difficilmente verrà poi modificato (poiché negli istanti successivi tendiamo a focalizzarci sugli input che rafforzano il nostro primo giudizio, ignorando invece quelli che potrebbero metterlo in dubbio, sciogliendolo).

Una tale rapidità nel formulare un giudizio può esser legata al nostro istinto di sopravvivenza: più velocemente analizziamo chi ci sta di fronte, più efficacemente evitiamo situazioni pericolose poiché in fretta identifichiamo l’altro come partner per vantaggiose alleanze o, al contrario, come pericolo per la nostra sopravvivenza (un comportamento che poteva anche esser concretamente salvifico qualche migliaio di anni fa, tra tigri e mammut).
La tendenza al giudizio può ancora trovare motivazione nel tentativo di svalorizzare l’altro per sentirci a lui superiori, con il rischio però di costruire una finta autostima, fragile e pericolante: una pseudo-autostima che a stento poggia sulla irrazionale e distruttiva critica dell’altro.
Infine, al di là del bisogno di autostima, nella facilità al giudizio si può intravedere la nostra resistenza al cambiamento: se permettessimo il contatto pieno con l’altra persona ne potremmo uscire cambiati, potremmo dover rivedere le nostre ferme convinzioni, le sicurezze, l’immagine di noi stessi che fino ad oggi ci siamo costruiti e questo, inevitabilmente, ci spaventa.
In quest’ultimo caso il giudizio è quindi lo strumento (la barriera!) che inconsapevolmente usiamo per evitare il pieno contatto con l’altro e quindi, di conseguenza, per prevenire che si compia pienamente in noi quel cambiamento che forse già esiste in stato embrionale (e che tanto ci spaventa).

Quali sono quelle parti di noi dalle quali fatichiamo a separarci?
Quali le novità che si muovono sottopelle ma che non riusciamo a riconoscere in primis, ed integrare poi?

È un’attenzione a tenere il Cuore aperto…

Il professionista della relazione d’aiuto (ancor più se di scuola Rogersiana) sa quanto sia importante sospendere il giudizio ed accogliere il Cliente con accettazione incondizionata: questo significa riconoscere al Cliente la piena libertà di sostenere idee, sentimenti e convinzioni diversi dai nostri ed accettarlo in questo, valorizzandolo come persona riconosciuta nella sua unicità, nella sua umanità.
È un qualcosa che va oltre il solo rispetto e che prepara le condizioni necessarie a far sì che si instauri poi quel clima empatico di cui già abbiamo parlato in quest’altro articolo.
Solo sospendendo il giudizio possiamo infatti creare quello spazio in cui il Cliente si senta pienamente libero di esprimere il suo mondo ed i suoi valori, pensieri ed emozioni: quel mondo che poi empaticamente accoglieremo “come se” fosse il nostro.
Questa accettazione è totale ed incondizionata poiché, come scrive Rogers stesso, “quando trovo qualcuno che capisce (accoglie) solo una parte di me so che si giungerà ad un momento in cui non potrà più capirmi (accogliermi)”.
L’aver integrato quest’arte della sospensione del giudizio è a mio parere elemento imprescindibile della relazione di aiuto: è un lavoro di crescita personale che va svolto anche nella consapevolezza che la misura in cui possiamo aiutare le altre persone è direttamente correlata alla crescita raggiunta da noi stessi.
A conclusione di articolo mi concedo, caro/a lettore/trice, di scender ancor più nel personale scrivendoti che, oltre che “strumento” di lavoro nella relazione di aiuto, la sospensione del giudizio è per me tassello fondamentale dell’incontro con il prossimo: è un’attenzione a tenere il Cuore aperto, che mi porta a vedere l’altro nella sua umanità e proprio in questa umanità riconoscerlo come cellula che (per quanto diversa dalla cellula che sono io) va a comporre lo stesso grande organismo vivente.
Un organismo vivente in cui interagiscono in ogni istante più di 7 miliardi di cellule, ognuna con il suo specifico compito e funzione.
Un organismo vivente che cresce in armonia e benessere quando tutti i 7 miliardi di cellule interagiscono tra loro abbracciando il loro cammino di Vita, rispettandosi, riconoscendo le loro differenti attitudini e compiti e valorizzando queste differenze poiché in esse risiede la magia ed il movimento dell’Esistenza.

 

Nota: articolo originale pubblicato qui.

Le chiuse artificiali

Nell’ultima decina d’anni, prestando ascolto a famiglie in situazioni disagevoli, mi sono accorto di quanto la forma più diffusa di malessere sia spesso legata all’impossibilità di percepire Amore o Affetto, al non sentirsi Amati: eppure, mi dicevo, l’Universo è pieno di Amore come una spugna gettata nel mare è imbevuta di acqua.
L’Universo è pieno di Amore, questo è quanto ho sperimentato nelle meditazioni più profonde, nelle veglie di preghiera silenziosa (grazie, Taizé), durante indimenticabili sessioni di Reiki o ancora ricercando un contatto autentico con la Natura: così è accaduto a me e così è accaduto anche a molte altre persone con le quali ho condiviso tali esperienze o con cui ho semplicemente avuto, su questi stessi temi, il piacere di confrontarmi.
Al contempo riconosco, rispetto e do valore al vissuto di tutti coloro che questo Amore non riescano a percepirlo, lasciarlo fluire nel loro quotidiano.
Provando a ripercorrere le esperienze delle persone incontrate lungo il cammino (e riguardando anche la mia, non certo priva di avvallamenti) ho cercato di visualizzare quali possano esser gli ostacoli, le barriere, al fluire ed al percepire questo sentimento di Amore Universale.

Sono emerse dal mio riflettere queste provvisorie e sintetiche conclusioni:
1. la direzione di Vita intrapresa dalla persona non è in armonia con il suo percorso spirituale: la persona stessa non ne è del tutto consapevole oppure ancora non dispone degli strumenti necessari per il «cambio di rotta»
2. la visione sulle piccole cose del quotidiano è «contaminata» da sentimenti ostili nei confronti del prossimo, spesso per interpretazione fuorviante dei comportamenti altrui (interpretati unilateralmente, senza una costruttiva verifica di persona)
3. disumana (passami l’aggettivo) frenesia del quotidiano, che porta la persona a non disporre più del Tempo necessario per ascoltar la sua Voce Interiore (che, quando ancora non contaminata da pensieri o false convinzioni, sa mostrar la sua benevolente Natura)

Mi chiedo se sia capitato anche a te, caro/a lettore/trice, di incontrare uno di questi blocchi durante il tuo cammino: se così è, se quanto scritto sopra ha in qualche modo risuonato in te, vorrei tu sapessi che è possibile veder tali barriere sgretolarsi come fa la sabbia bagnata, asciugandosi al Sole.
Sentiti parte di una umanità che perfetta non è, prendi lentamente consapevolezza del fatto che se sei giunto fin qui, saprai allora anche disporre della chiave per riaprire la porta a quell’Amore di cui hai letto in apertura d’articolo.
Articolo che si chiude riprendendo il suo stesso incipit: nell’ultima decina d’anni, prestando ascolto a diverse famiglie in situazioni disagevoli, mi sono accorto di quanto la forma più diffusa di malessere sia spesso legata all’impossibilità di percepire Amore o Affetto ed ho anche toccato con mano come, ognuno a suo Tempo, le persone siano in grado di ritrovare la loro personale strada per rimettersi in contatto con quel Sentimento Universale che tutti ci accumuna, che tutti rende umani.

Per approfondire, qui i miei contatti: ti ringrazio del Tempo che hai dedicato a questa lettura.

NOTA: articolo originale pubblicato qui.

Un insegnamento tra Gestalt e Buddismo

[Nota: articolo originale pubblicato da Enrico qui]

Un aspetto della scuola della Gestalt ad avermi sempre affascinato è la teoria della Figura-Sfondo.
Questa teoria osserva le esperienze percettive che, con i differenti sensi, vivi nelle tue giornate: da ciascuna di queste esperienze emerge una immagine globale in cui trovi una Figura per te particolarmente rilevante mentre tutto il resto viene identificato come Sfondo.
Nelle tue esperienze percettive avrà quindi maggior risalto una Figura specifica mentre tutto il resto resterà sullo Sfondo: questo poiché la Figura ha più energia dello Sfondo, è in primo piano, rappresenta ciò che in una scena ti interessa.
Lo Sfondo, al contrario, può esser sia tutto ciò che non ti interessa sia ciò che dai per scontato.
Posso farti un esempio?
In questo momento, mentre stai leggendo il mio sito web, lo Sfondo è la sedia che ti sorregge (alla quale probabilmente neanche pensavi fino alla lettura di questa riga) mentre la Figura è l’articolo che, mi auguro, sta catturando il tuo interesse.
Sei tu a scegliere Figura e Sfondo e, in ogni tuo atto percettivo, questa tua scelta cambia il significato dell’atto percettivo stesso.

“Le cosiddette illusioni ottiche sono piuttosto inflazionate quando si parla di Figura e Sfondo in Gestalt …”

Le cosiddette illusioni ottiche sono piuttosto inflazionate quando si parla di Figura e Sfondo in Gestalt (vedi immagine a fianco), per questo vorrei portarti un altro esempio: se ti trovi in montagna e hai parecchia sete, l’immagine di una sorgente (Figura) emergerà per te molto probabilmente dal paesaggio montano (Sfondo).
Questo esempio per dirti quanto l’individuazione di una Figura dipenda da un tuo bisogno ed anche quanto questo tuo bisogno possa esser influenzato dalla Figura: nell’esempio di cui sopra, infatti, la Figura della sorgente influisce sul tuo bisogno nella misura in cui vederla acuisce la tua sete.
Se lì in montagna, vicino a te assetato/a, si trovasse invece un fotografo paesaggista per lui la Figura diventerà la cima da fotografare mentre la sorgente per te così importante cadrà per lui nello Sfondo.

Ricorda:

  • sei tu a scegliere Figura e Sfondo in ogni tuo atto percettivo
  • l’individuazione di una Figura dipende da un tuo bisogno
  • il tuo bisogno può esser influenzato dalla Figura

Bene, fin qui una breve introduzione su alcuni dei concetti inerenti alla teoria della Figura-Sfondo nella Gestalt: e questo cosa ha a che fare con il buddismo di cui nel titolo dell’articolo?

La risposta mi è giunta da una recente lettura che vado qui a citare (link del libro e fonte al fondo dell’articolo): “anche se sei immerso nella sofferenza, l’energia che cura la tua vita è già pronta, è già presente nel regno invisibile delle possibilità. Devi solo attivarla o (come direbbero i fisici quantistici) osservarla per renderla reale, cioè sceglierla, accettarne l’esistenza”.

Potresti quindi, se lo desideri, provare a fare attenzione alle Figure emergenti dagli Sfondi delle tue quotidiane esperienze percettive: a cosa scegli (più o meno consapevolmente) di dare importanza?
Presta attenzione a quali Figure la tua mente metta in risalto rispetto allo Sfondo e chiediti quanto facciano stare bene te o chi ti sta vicino.
Sei tu a scegliere Figura e Sfondo e, in ogni tuo atto percettivo, questa tua scelta cambia il significato dell’atto percettivo stesso: puoi allenare, educare la tua percezione (e le tue emozioni, che la guidano dal profondo) a far emergere Figure piacevoli, benevole, arricchenti.
Ascoltati, osservati: è il primo passo per iniziare a volerti bene.

[Vuoi saperne di più? Trovi qui i miei contatti]

· Fonte del testo nel virgolettato: Giuseppe Cloza – “Lifefulness – La pienezza della vita attraverso il Buddismo” – Ed. Giunti

Il valore dell’empatia

Vi sono termini che vengono comunemente utilizzati nelle conversazioni quotidiane, anche se spesso in modo meccanico e prestando poca attenzione al loro significato: uno di questi, di cui vi parlo oggi, è l’empatia.

· Partiamo dall’etimologia: che cosa significa empatia?

La parola deriva dal greco antico empàtheia ed è un termine composto da endentro – e pathossofferenza o sentimento – con il significato di “sentire dentro”: al tempo veniva utilizzato per designare il rapporto emozionale che si creava tra il cantore ed il suo pubblico.
Oggi si parla di empatia per indicare la predisposizione della persona ad immedesimarsi nelle esperienze altrui, soprattutto a livello emotivo: empatia è quindi la capacità di percepire le emozioni vissute da chi ci sta di fronte.
Sappiamo l’uomo essere un “animale sociale”: tutta la sua vita è scandita dai rapporti che si instaurano con gli altri (in famiglia, nelle amicizie, nel mondo del lavoro e così via) ed un buon livello di empatia sta alla base di queste relazioni.

· Esiste solo un tipo di empatia?

Non penso esista solo un tipo di empatia: oltre a quella emozionale (sentire l’emotivo provato dall’altro) vi è anche un’empatia più cognitiva (comprendere il punto di vista dell’altro) e comportamentale (comprendere il comportamento di coloro che hanno una cultura diversa dalla nostra).
Oltre a quanto elencato, a me piace riconoscere inoltre un’ulteriore tipologia di empatia, più “animica”, che può condurre ad un profondo riguardo nei confronti degli esseri umani con i quali ci relazioniamo ogni giorno: esseri umani che sono anime in cammino, con le proprie personali  fragilità e debolezze e per questo degne di grande rispetto.

· L’empatia fa parte dell’indole? Nasciamo con questa sensibilità?

Sicuramente nella personale predisposizione all’empatia interviene buona parte della natura di ciascun individuo: ci sono persone con una particolare inclinazione a mettersi nei panni dell’altro, persone dalla spiccata attitudine nello stare attenti verso le esigenze altrui, che sentono la vocazione di aiuto verso gli altri.
Se empatici si nasce, è anche importante sapere che l’empatia si può affinare.
Quindi, preso atto di quanto detto, ci si può allenare a diventare più empatici, soprattutto se questo atteggiamento diventa indispensabile in relazioni particolari: esistono ambiti in cui non solo è necessario che ci sia empatia ma è fondamentale applicarla sempre ed in modo efficiente, come, ad esempio, in una relazione d’aiuto.

· Come si può affinare l’empatia?

Esercitarsi ad ascoltare di più può essere un buon punto di partenza: cercare di parlare di meno, lasciando spazio all’altra persona ed evitando di imporre il proprio punto di vista. Educarsi quindi a valutare nuove e diverse prospettive da quelle che portiamo da sempre con noi, sapendo ascoltare l’altro anche nei suoi silenzi e prestando al contempo attenzione a cosa avviene in noi stessi quando comunichiamo con qualcuno.
È un lento e paziente lavoro di affinamento, di ascolto, che con il tempo può dare i suoi frutti.

· Essere una persona empatica è sempre positivo?

Chiarito il fatto che empatia non significhi dover accomodare sempre e comunque le richieste dell’altro (soprattutto quando questo va contro il nostro personale sentire), possiamo dire che l’empatia abbia quasi sempre una valenza positiva: ci permette, come detto, di sentire in noi quanto si muova nel mondo dell’altro, creando con quest’ultimo un più umano e profondo contatto.
A quanto scritto aggiungo che un approccio empatico alla relazione può non essere funzionale quando (non del tutto consapevoli del proprio emotivo) si conosce poco la propria interiorità, tendendo così a relazionarsi alle emozioni in modo automatico: in questo caso il sentimento avvertito nell’interlocutore potrebbe richiamare in noi una personale esperienza passata, non permettendoci di percepire quanto provato dall’altra persona in modo lucido poiché troppo “ancorati” al nostro personale trascorso.
Ecco che allora una delle caratteristiche più belle del temperamento umano potrebbe diventare, anziché una fantastica risorsa, un atteggiamento limitante nei rapporti tra le persone.
Fondamentale pertanto valutare l’opportunità di intraprendere un percorso di conoscenza personale quale via per migliorare i nostri rapporti interpersonali: per riportare l’empatia al suo arricchente valore nelle relazioni che intratteniamo.

 

“L’empatia vera è sempre libera da ogni qualità diagnostica o giudicante.” – C. ROGERS

Reiki e Counseling: da Usui a Rogers, un arricchente incrocio di percorsi

(Nota: articolo in originale pubblicato qui)

 

Il cammino verso la conoscenza di uno strumento, di una tecnica, procede per quella che è la mia esperienza attraverso un lento affinamento quotidiano: tendo a sentire lontani concetti quali “la piena padronanza”, il “sentirsi arrivati”.
Ricordo accadde già qualche anno fa, nel campo della fotografia: sapevo di non esser più agli inizi, annotavo progressivi miglioramenti quotidiani ma (consapevole la strada intrapresa non avesse fine) portavo in me questo sentire d’esser “sempre in cammino”.

La bellezza del sentirsi in cammino, in lento arricchimento quotidiano, mi accompagna ancora oggi tanto nelle Arti Visive quanto nelle pratiche della Consulenza Relazionale e del Reiki.
È un concetto che ritrovo inoltre anche nella scuola di Reiki scelta, Komyo ReikiDo, che ha come motto:

誉められても, (anche se lodato),
貶されても, (anche se criticato),
平然と歩め, (con calma prosegui il cammino),
歩め! (prosegui il cammino, vai!)

In cammino, semplicemente, senza che critiche troppo aspre rallentino il tuo incedere o lodi gonfino il tuo ego.
In cammino, oggi un po’ più in là di ieri, ascoltando la tua “Voce Interiore” per confermare la direzione scelta ad ogni passo:
per modularne l’andatura, allineandola al tuo sentire.
In cammino, sapendone apprezzare ogni giorno l’esperienza: un’esperienza che, interiorizzata, avrà peso specifico maggiore di idee, introietti, autoconvinzioni limitanti.
In cammino come a casa, poiché il cammino diviene familiare quando gli incroci che ti presenta riescono ad esser da te letti come conferme: come opportunità di arricchimento, piuttosto che vincolanti scelte da compiere.

 

“Il cammino diviene familiare quando gli incroci che ti presenta riescono ad esser da te letti come conferme, come opportunità di arricchimento”

Così è accaduto, percorrendo la via del Counseling e quella del Reiki, di lasciarmi sorprendere da piacevoli e fertili intersezioni tra questi due strumenti: di un paio di queste, riguardanti la sospensione del giudizio e l’empatia, vorrei parlarti oggi.

Il giudizio è visto nel Counseling come una tra le più grandi barriere alla comunicazione, al “contatto” con il Cliente.
La propensione al facile giudizio (secondo la lettura di Carl Rogers) ha le sue radici nel timore che, accettando incondizionatamente l’altro, possa avvenire un cambiamento anche in noi stessi: si giudica, quindi, per non correre il rischio che l’incontro con l’altro possa in qualche modo cambiarci, portarci a rivedere valori, prospettive o sicurezze acquisite.
Quando sospendo il giudizio nei confronti di chi ho di fronte apro quindi da un lato la strada all’empatia e, dall’altro, stimolo la forza di autorealizzazione che già esiste nella persona con cui mi sto relazionando.

Continua a leggere“Reiki e Counseling: da Usui a Rogers, un arricchente incrocio di percorsi”

Olismo: ne hai sentito parlare anche tu?

 

I termini olismo ed olistico, coniati nel 1926 da Jan Smuts – filosofo, intellettuale e politico sudafricano –indicano «…la tendenza, in natura, a formare (attraverso l’evoluzione creativa) interi che sono più grandi della somma delle parti».
Con la parola olismo – derivante dal greco ὅλος hòlos, dal significato di tutto o intero – si intende pertanto quel principio secondo il quale la somma delle parti è molto di più del tutto: calato in un contesto umano, possiamo dir quindi che l’individuo venga considerato non come un insieme di singoli settori a sé stanti quanto piuttosto nella sua ben più valevole totalità.
Attraverso una visione olistica dell’uomo consideriamo quindi questi come individuo composto non da sole azioni meccaniche ma anche da emozioni e, soprattutto, da un nucleo più profondo (chiamato in molti modi: Essenza, Sé Interiore, Essere Supremo, Coscienza, Anima o Spirito) che ne rappresenta la parte più vera.
Non siamo quindi solo il nostro corpo, le nostre emozioni e la nostra anima: siamo più della mera somma di questi fattori.
I tre aspetti del nostro essere (corpo, emozioni ed una componente più spirituale, energetica) valorizzati dalla loro stessa coesistenza, sovrapposizione ed integrazione, tendono cioè a formare un intero che è “più della somma delle parti”, per ricollegarci alla definizione iniziale.
Guardando al benessere di una persona da una prospettiva olistica si andrà quindi alla ricerca di un equilibrio armonico tra corpo, psiche ed anima: ad un equilibrio di quell’intero che è visibile nell’interazione di queste tre componenti e che proprio per questa interazione ha un valore maggiore della semplice “sommatoria” tra gli elementi che lo costituiscono.
Applicando questa visione al Counseling ne avremo quindi che un Consulente Relazionale Olistico non potrà che prendere in esame la totalità della persona che ha di fronte per poi intervenire di conseguenza, a seconda della richiesta ricevuta: il Counselour Relazionale Olistico saprà quindi accogliere il Cliente nella sua interezza e, nonostante quest’ultimo parli di un disagio che all’apparenza paia essere solo emotivo, indicargli strumenti di aiuto inseriti in un percorso completo, a più ampio raggio.
Un percorso completo che (partendo spesso dal disagio emotivo) sappia passare anche attraverso l’esperienza corporea per giunger infine alla presa di contatto del proprio mondo interiore, più profondo, non solo emotivo ma decisamente più spirituale: un viaggio verso la consapevolezza di Sé in grado di contribuire al miglioramento delle relazioni personali, in primis con sé stessi e poi con gli altri.

L’importanza del Counseling in questo momento storico

Il momento storico che stiamo attraversando pare portar con sé una certa dose di disagio, aumentando le situazioni in cui ci troviamo a percepire tensione, intolleranza, paura.
L’incertezza nel procedere quotidiano ed una visione poco fiduciosa nel futuro rischiano di intaccare quelli che fino a qualche tempo fa erano punti saldi, amplificando così le nostre fragilità.
Quanto può una sessione di Counseling aiutare in tutto ciò?
Quanto può il Counseling essere di sostegno, ampliare punti di vista e prospettive per donarci uno sguardo sul domani che, già da oggi, sia più sereno?
Il Counseling ci parla di aiuto già a partire dall’etimologia stessa del termine: deriva infatti dal latino “consulo-ere” traducibile con “aver cura di, -”, “venire in aiuto di, -” e richiama anche al significato di “cum solere”, ovvero “sollevare”.
La relazione di aiuto che si instaura tra Counselor e Cliente è quindi, tra le altre cose, anche finalizzata ad acquisire una più profonda conoscenza di sé per (ri)scoprire le proprie risorse ed usarle, ad esempio, per superare le situazioni di disagio viste sopra.
Quella del Counselor non è una figura che si sostituisce allo Psicologo, anche poiché non esiste nel Counseling intenzione di diagnosi o terapia: il Counselour si fa presente con il Cliente sia accogliendo (con empatia e senza giudizio) ciò che quest’ultimo sta vivendo sia aprendo l’orizzonte a prospettive differenti che, in un momento di particolare sconforto, potrebbero essere poco chiare o del tutto nascoste.
Diventa allora chiaro come questa figura possa essere un valido supporto, in particolare nel periodo che stiamo attraversando: se paura, isolamento e precarietà stanno causando oggi più disagi del solito, affidarsi ad un Counselor può allora sicuramente essere d’aiuto poiché ci dà in primis la consapevolezza di non esser soli e ci offre inoltre uno sguardo più funzionale su quelle che sono le difficoltà del momento, mettendo a fuoco le risorse che ciascuno di noi ha per affrontarle.